Una storia di creatività, coraggio e resilienza

Siamo alla fine degli anni 20, in Sud Carolina. Sylvia viene al mondo in una famiglia di agricoltori afroamericani, poveri ma decisi a lavorare sodo per costruirsi un futuro migliore.
Il padre di Sylvia muore quando lei ha appena tre giorni; a 4 anni resta a vivere con la nonna, mentre la madre si trasferisce a New York per cercare di provvedere meglio alla sua famiglia.

A 11 anni Sylvia conosce il suo futuro marito, Herbert, un anno più grande di lei: lavorano entrambi in un campo di fagioli. Si sposano nel 1944, quando Sylvia ha 18 anni. Da qualche tempo, dopo il diploma al liceo, aveva raggiunto la madre a New York, dove la coppia vivrà tutta la vita e crescerà i suoi quattro figli.

La giovane Sylvia non ha molto tempo libero: oltre a prendersi cura della sua famiglia, si forma e lavora come estetista, ma lavora anche in una fabbrica di cappelli e come cameriera in un ristorante ad Harlem, il famoso quartiere a nord di Manhattan.
La svolta arriva quando il proprietario del locale decide di vendere la sua attività: con grande coraggio e determinazione, ipotecando tutto il suo denaro e chiedendo un consistente prestito alla madre, Sylvia compra il ristorante.

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Iniziano la scommessa e l’avventura più importanti della sua vita. Ci vuole più di qualche anno di sacrifici e di impegno, ma nei primi anni 90 l’attività che porta il suo nome, Sylvia’s, si espande: il locale si ingrandisce (oggi può ospitare fino a 450 persone), addirittura raddoppia occupando uno stabile vicino (il nome è molto simpatico: Sylvia’s also). Il suo pollo fritto e la sua salsa BBQ cominciano a diventare famosi non solo nel quartiere. Uno dei suoi figli la incoraggia a vendere una linea di prodotti alimentari su scala nazionale e a scrivere dei libri di cucina che hanno successo in tutto il mondo.
Il suo ristorante è stato ed è amato e frequentato da personalità di spicco, come Diana Ross, Muhammad Ali, e tre ex presidenti.

Oggi Sylvia Wood non c’è più, ma la sua attività resta gestita in famiglia, dai figli e dai nipoti che l’hanno accudita negli ultimi anni della sua vita mentre l’Alzheimer di cui soffriva si aggravava.

Il suo locale è anche chiamato “soul food”, cibo dell’anima, ma sono certa che anche la sua storia abbia saputo toccare e nutrire qualche anima. La mia di sicuro.

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