“Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)” di Thérèse Hargot

Prendete tutto quello che diamo per scontato sulla sessualità e sull’educazione alla sessualità. Smontatelo, pezzo per pezzo, evidenziandone i presupposti fallaci e i punti in cui siamo incastrati. Conditelo con un pensiero lucido, irriverente verso ciò che appare ovvio, rigorosamente laico, frutto di una laurea in filosofia alla Sorbona e di anni di lavoro sul campo con adolescenti, giovani adulti e genitori prima a New York, poi a Parigi, passando per Bruxelles. Avrete il libro di Thérèse Hargot, sessuologa belga trentenne e madre di tre figli, che si snoda tutto attorno a una domanda: la libertà sessuale di cui godiamo e a cui educhiamo i nostri figli ci rende davvero liberi, e felici, come promette?

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Prima di insorgere, punti sul vivo, per rispondere “certo! Un tempo era peggio, di sessualità non si poteva nemmeno parlare” fermiamoci un attimo a pensare. Certamente la cultura del silenzio in cui vivevano le nostre nonne e molte delle nostre madri non giocava a favore della serenità di nessuno. Ma, osserva la Hargot durante i suoi incontri a scuola o nell’intimità del suo studio, “le domande sgorgano a getto continuo e si assomigliano tutte: “Bisogna?”, “Si deve?”, “È normale?”, “È bene, è male?”: non si tratta che di norme , di doveri e di morale. Al “bisogna essere sposati per avere rapporti sessuali?” si è sostituito il “bisogna avere rapporti sessuali prima di sposarsi?”. (…) Ma nel passaggio da un estremo all’altro si è solo rovesciata la prospettiva. La maniera di apprendere la sessualità, in sé, resta identica: normativa. (…) [Questo] è di un conformismo desolante. Sì, desolante, perché l’individuo  crede di vivere una vita affettiva e sessuale svincolata dalle proibizioni, dalle regole e dalle istituzioni ma in realtà si conforma in ogni punto, e a sua insaputa, ai “bisogna”, “si deve”, ed “è normale” della sua epoca, ai nuovi comandamenti“.

Quello dell’autrice non è affatto un tentativo moralistico di ritornare al passato; si pone anzi l’obiettivo di aiutare il lettore a mettere in luce i presupposti e i preconcetti di cui è spesso inconsapevole portatore, per poter veramente –  a questo punto – esercitare la propria libertà di pensiero e trovare il proprio modo di stare al mondo. Non offre risposte preconfezionate, perché sa bene che queste rischierebbero di diventare un altro dogma che andrebbe a sostituire quelli del passato; desidera invece provocare, far emergere domande, “aprire spazi di dialogo e di riflessione sulle poste in gioco della vita affettiva, relazionale e sessuale”. Leggendo la sensazione  è quella di aver costantemente la mente in movimento, dalla prima all’ultima pagina: quello che fino a poco prima sembrava certo, incontrovertibile, comincia a vacillare. Si aprono nuove possibilità .

Quello che la Hargot critica ferocemente, non senza un uso sapiente dell’ironia, è la spinta alla felicità e alla realizzazione come dovere che la società contemporanea sembra imporre: solo un feticcio di una libertà che nella vita di moltissimi adolescenti, e di troppi giovani uomini e donne, si tramuta in una pressione insopportabile, angosciante. Ogni momento della nostra vita, dallo studio al lavoro, dalla coppia alla camera da letto, ne è condizionato, a meno che non ci prendiamo un momento per riflettere se è quello che davvero vogliamo noi, o è magari il prezzo da pagare per essere – a seconda delle età e delle fasi di vita – “figo”, accettato, normale.

 

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