Storie di psicoterapia #2: un lutto e un nodo in gola che non se ne va

Erano tre anni che il padre di Sandra non c’era più quando lei decise di iniziare una psicoterapia.

Ci aveva riflettuto a lungo prima di farlo, pensava mentre guidava verso lo studio del terapeuta che aveva scelto, verificando accuratamente che fosse in una zona un po’ fuori dai suoi giri abituali. Il suo era un paese piccolo e non voleva rischiare di incontrare qualche amico o qualche collega. Non è che si vergognava, mise a fuoco all’improvviso, è che non avrebbe saputo cosa dire se le avessero chiesto che cosa ci faceva lì. Sì, perché neanche lei sapeva bene che cosa ci faceva lì: certo, i primi tempi dopo la morte di suo padre erano stati duri. Certo, pian piano la sua vita aveva ripreso il suo corso: lavoro, passeggiate, lettura, tv, amici. Però quel nodo in gola che aveva cominciato a stringere mentre era in chiesa, durante il funerale, non se n’era mai più andato. Era ancora lì e lei faceva fatica a mangiare, a dormire, a respirare.

Non poteva dire di non aver mai avuto momenti felici, da allora: aveva cambiato lavoro e ora le piaceva molto di più quello che faceva. Era stata negli Stati Uniti con un’amica, a fare quel viaggio coast to coast che sognavano dalle superiori. Aveva frequentato degli uomini, anche se poi non si era concretizzato in nulla di serio. Aiutava spesso suo fratello e la cognata con i loro due figli piccoli, era pazza di loro e del loro modo così diretto e “fisico” di volerle bene. Solo che alla fine tornava a casa, chiudeva la porta dietro di sé e il nodo ritornava. Si sentiva come legata: apparentemente era libera di fare e andare dove voleva, ma non riusciva a capire che cosa voleva.

Persa nei suoi pensieri, Sandra si accorse di aver sbagliato strada. Per fortuna sono partita prima, pensò. A lei non piaceva arrivare in ritardo, invece suo padre era sempre in ritardo: ai suoi saggi di pattinaggio, a casa, perfino alla sua laurea. Non si spiegava perché stava ancora così male per lui: neanche avessero avuto un rapporto idilliaco. Semplicemente, si erano ignorati per gran parte della loro vita.

Si ignoravano e ora – pensò con un moto improvviso di rabbia – l’immagine di lui smunto, emaciato, seduto sulla poltrona mentre la guardava entrare in casa con occhi vuoti non le usciva dalla testa. Spense la macchina e tirò un respiro profondo per calmarsi. Era arrivata.

Il dottore che la accolse sulla porta non era affatto come si era immaginata: più alto, vestito in modo informale. Sembrava gentile, pensò, e si domandò quanti anni potesse avere. Mentre si accomodava dove lui le aveva indicato, per la prima volta realizzò che avrebbe dovuto parlare. Di lei. Del padre. Di quello che aveva provato quando era morto, della rabbia che l’aveva assalita quando il fratello l’aveva chiamata per dirle che era morto, del fatto che odiava andare in cimitero ma ci andava lo stesso per non far rimanere male i suoi parenti. Provò l’impulso di scappare: per tre anni non ne aveva mai parlato con nessuno e aveva cercato di scacciare i pensieri, ora temeva che la rabbia l’avrebbe travolta e non sarebbe più stata capace di tenerla sotto controllo.

E, invece, con le parole comparvero le lacrime. Per la prima volta dalla morte del padre Sandra stava piangendo. Gli incontri con lo psicoterapeuta furono così, per un po': lei si sedeva e iniziava a piangere. Si sentiva un’idiota, ma sentiva anche che le faceva bene. Il dottore la capiva, le faceva domande, non andava da nessuna parte mentre lei era lì disperata, non si spazientiva e non la faceva sentire strana o in colpa per la rabbia che provava. Cominciò a percepire che rabbia e dolore coesistevano dentro di lei da molto, molto tempo: molto prima della morte del padre. Cominciò a raccontare di sé, della sua famiglia, della sua paura di investire troppo nelle relazioni per evitare di essere ferita. Era come in uno di quei giochi in cui unendo i puntini si comincia a intravvedere la figura nascosta, solo che questa volta giocavano in due e la figura che stava emergendo – finalmente – era quella di Sandra.

Durante il percorso terapeutico Sandra conobbe un uomo, si innamorò e, quando si lasciarono, provò dolore ma non ne venne travolta. Un cuore rotto è un cuore che è stato amato, canticchiò sulle note di una canzone durante una seduta, abbozzando un sorriso. Riallacciò i rapporti con la madre, scoprendo che parlare insieme della loro vita passata la aiutava a mettere ordine e a dare senso a quel puzzle di eventi scomposti che era stato la loro famiglia. Riuscì ad affrontare la tomba del padre, dove fra le lacrime lesse una lettera in cui gli raccontava come tutto sarebbe potuto essere più semplice, se solo l’avessero voluto entrambi. Si interrogò sul significato di perdonare e di perdonarsi, sperando un giorno di riuscire a farlo. Cominciò a vestirsi in modo leggermente diverso, acquistando qualche abito colorato e sperimentando i suoi modi di sentirsi donna. Passò un brutto periodo al lavoro, che si stupì di riuscire a gestire senza licenziarsi e fuggire via. Ma soprattutto, il nodo alla gola era sparito e lei poteva respirare di nuovo.

Sa dottore, a volte mi manca il nodo, disse un giorno ridendo: mi costringeva a fermarmi e interrogarmi su come stavo e cosa dovevo cambiare, mentre adesso mi devo proprio ricordare di chiedermelo!

 

Come tutte le storie di psicoterapia che scrivo per il blog, si tratta di una vicenda di fantasia.

Leggendo, qualcuno potrebbe ritrovarvisi: è questa la forza della narrazione, è questo il mistero della sofferenza umana che – pur nell’unicità di ogni storia – unisce vissuti ed esperienze diverse in una trama comune di esperienze e significati.

 

 

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