Se il corpo fosse un romanzo (e 5 ragioni per leggerlo)

“Ogni vita merita un romanzo”, scriveva Erving Polster mettendo in luce come ogni persona sia allo stesso tempo l’autrice e la protagonista di una storia unica e avvincente: la propria.

Ma che dire se a fare da protagonista, in questa storia, è il nostro corpo?

Il libro di Daniel Pennac, “Storia di un corpo, parla proprio di questo: è il diario di un ragazzo, divenuto poi uomo, marito, padre e infine anziano, iniziato a 12 anni perché nel suo corpo lui stava male. Scrivendo, voleva imparare a non avere più paura delle emozioni che provava e delle persone con cui stava in relazione. Il corpo diventa la chiave di lettura di tutto ciò che accade, un contenitore di storie, racconti, avvenimenti importanti.

Ci ho riflettuto. Se descrivo esattamente tutto quello che provo, il mio diario sarà un ambasciatore tra la mente e il corpo. Sarà il traduttore delle mie sensazioni.

A mio avviso pochissimi romanzi hanno saputo mettere in luce in modo così concreto e immediato tutta la bellezza e tutta la fatica di essere carne viva, pulsante. Quello che emerge, a dispetto del titolo, è l’impossibilità di dividerci in due – da una parte la mente, dall’altra il corpo. Il protagonista, per capirlo, ci ha messo una vita intera.

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Leggere questo libro può essere un’esperienza importante soprattutto per chi è in difficoltà con il proprio corpo. Da psicoterapeuta, questi sono i miei 5 motivi per farlo:

 

1. Perché insegna a sentire il corpo e ad affinare i sensi.

Alcune persone fanno molta fatica a percepirsi. Talvolta siamo così distratti dagli stimoli esterni (viviamo in una società legata alla vista) che ci dimentichiamo di prestare ascolto a quello che sentiamo dall’interno di noi stessi: un impercettibile nodo alla gola, un prurito, uno scatto di nervi, la sensazione di pienezza dopo mangiato. Dove percepisco queste sensazioni, nel corpo? Che forma hanno? Come sono arrivate e cosa le fa sparire? Che significato hanno per me?

Ho l’impressione di crescere senza di me. Per questo il mio corpo diventa un oggetto di curiosità. Quale sorpresa, domani? Non sappiamo mai dove il corpo ci sorprenderà.

 

2. Perché parla di emozioni e di fiducia.

Qualcuno potrebbe essere spaventato dall’idea di “sentire troppo”. Magari pensa che se cominciasse a piangere, o a dare spazio al proprio dolore, le lacrime prenderebbero il sopravvento e non se ne andrebbero più. Ma qual è il prezzo che si paga pur di non sentire, o per cercare di tenere tutto sotto controllo?

Tieni bene a mente una cosa: Per tutta la vita, dobbiamo sforzarci di credere ai nostri sensi.

 

3. Perché aiuta a dare un nome a quello che sentiamo.

Il libro descrive in modo particolareggiato una miriade di sensazioni e di emozioni della vita quotidiana, che potrebbero appartenere a ciascuno di noi. A chi non è capitato di non trovare le parole per dare forma a ciò che percepiva? Più ricco è il lessico a nostra disposizione, più ricca è l’esperienza che facciamo.

Il sapore ritrovato del caffè dopo tutti questi anni di cicoria! Il caffè nero, forte, amaro.Quella morsa dentro la bocca. Quel bruciore sotto lo sterno che sferza e sveglia, che accelera i battiti del cuore e collega i neuroni.

 

4. Perché è come la vita

Avvincente, spudorato, lancinante, noioso, quotidiano, banale, commovente. Entra dentro e trasforma, in silenzio. Quel corpo potrebbe essere il nostro.

I miei acufeni, la mia acidità, le mie ansie, la mia epistassi, le mie… insonnie. Le mie proprietà, insomma. Che condividiamo con alcuni milioni di persone.

 

5. Perché parla dei cambiamenti nell’arco della vita.

Ne parla come di qualcosa di naturale, anche quando sono dolorosi o arrivano inaspettati. In un momento storico come il nostro che cerca di rimuovere, per quanto possibile, i segni della vecchiaia e della sofferenza, il rischio è quello di perdere il contatto con le possibilità che l’avvicendarsi delle varie fasi della vita ci offre. Il nostro corpo è un corpo che vive, anche quando, improvvisamente, ci si scopre diversi dal giorno precedente.

Questa macchiolina di caffè sul dorso della mano, mentre scrivo. Un marroncino annacquato. Ci passo sopra la punta dell’indice. Resiste. Ci aggiungo della saliva, niente da fare. Una macchia di pittura? No, non va via neanche con acqua e sapone. E neppure con lo spazzolino delle unghie. Devo rassegnarmi all’evidenza: non è una macchia sulla pelle, è una produzione della pelle stessa. Un marchio di vecchiaia, affiorato dal profondo.



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