Oggi ho incontrato me stessa

In una delle puntate di Pascal, l’appassionante programma radiofonico di Radio 2 che racconta pezzi di vita delle persone, ho ascoltato la storia di Tania e di un incontro inaspettato che ha cambiato il suo modo di stare con se stessa.

Tania è una ragazza americana con un passato difficile alle spalle, una tristezza che non la lascia mai e la paura di mostrarsi agli altri per com’è veramente. Quasi per caso, attraverso dei sogni, scopre l’esistenza di una parte che aveva dimenticato, una Tania bambina piena di una gioia travolgente che lei non sospettava nemmeno di poter provare. Tania in cuor suo inizia a sperare che questa gioia, in qualche modo, le appartenga, anche se nella vita di tutti i giorni è qualcosa di molto lontano da quello che vive.

La ragazza decide di “incontrare” questa parte di sé, che sembra così inaccessibile fuori dal rassicurante contenitore dei sogni, e si fa aiutare da una psicoterapeuta. Le due parti di lei, la Tania adulta e infelice e la Tania bambina e spensierata, iniziano finalmente a dialogare: è Tania stessa a dare voce a entrambi questi aspetti di sé. Questa esperienza la sconvolge, cambiando il suo modo di stare con se stessa: l’incontro con una parte di sé dimenticata, apparentemente così diversa da lei, le permette di guardarsi da una prospettiva nuova e di non sentirsi più sola. Scopre che la Tania bambina non è “altro” rispetto a se stessa: quello che cercava è sempre stato dentro di lei.

Che cosa ha significato, per Tania, incontrare e dialogare con la sua parte bambina?

La storia non lo dice, ma noi possiamo ipotizzare che abbia rappresentato innanzitutto l’opportunità di dare voce e corpo per la prima volta ad aspetti di sé che non conosceva. Probabilmente questo ha avuto degli effetti anche sul suo modo di stare in relazione: del resto, com’è possibile farsi conoscere profondamente dagli altri se nemmeno noi ci conosciamo?

È stata inoltre l’occasione di sperimentarsi come persona unica, completa, capace di tenere insieme vissuti e prospettive diverse, e non come un puzzle di cui nel tempo era andato perso qualche pezzo.

Ha significato la possibilità di guardarsi allo specchio e di riconoscersi la capacità di provare quella gioia che era stata sepolta sotto strati e strati di sofferenza.

È stata la scoperta di non essere sola nel proprio viaggio, di poter sempre contare su se stessa.

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Immagino che nel percorso di terapia di Tania questo sia stato un tassello di un mosaico più ricco e complesso, ma anche che abbia rappresentato un punto di svolta.

Per lei l’incontro con se stessa è stato reso possibile da un sogno, elemento che rende la storia un po’ magica e fuori dal comune. Era come se la bambina e Tania fossero due persone diverse, ma erano in realtà la stessa. Noi siamo noi, eppure possiamo essere allo stesso tempo la persona insicura, il capo puntiglioso, il bambino arrabbiato. Un po’ come nel bellissimo film Inside Out, in cui aspetti diversi di uno stesso personaggio parlavano, litigavano, si aiutavano tra loro: una metafora di tutte le sfaccettature di cui siamo fatti.

Più di frequente rispetto a quanto accaduto a Tania è possibile “giocare” coscientemente con varie parti di sé nella stanza della terapia, guidati da uno psicoterapeuta esperto, per allenarsi a dare forma e voce anche a quello che di solito non ci fermiamo ad ascoltare. Spesso la consapevolezza che Tania ha sperimentato in una volta sola (ma che era stata preparata da un lungo percorso di terapia precedente) ha bisogno di più tempo per emergere. Della sua storia possiamo però portarci a casa tutti qualcosa, a prescindere dal momento di vita che stiamo vivendo: la disponibilità ad ascoltarci profondamente, la curiosità di conoscerci meglio anche quando pensiamo di sapere tutto su noi stessi.

Cosa potremmo scoprire di noi, quando siamo disposti ad incontrarci?

 

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