“Metodi alternativi” di cura: quale scelta? Uno sguardo dal punto di vista psicologico

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Medicina tradizionale o alternativa? Malattia fisica o malessere psichico? Nell’ultimo periodo si è tornati a discutere molto su questi temi, in relazione soprattutto alle drammatiche vicende di persone che hanno deciso di curarsi con metodi non adeguati alla loro patologia e non riconosciuti dalla comunità scientifica, rifiutando quelli che con ottime probabilità le avrebbero salvate. Una scelta di cui è difficile capire il senso, che ci mette di fronte a domande esistenziali sulla vita e sulla morte – che sempre è complesso accettare, soprattutto quando ci appare evitabile – e riapre il dibattito sulla libertà di cura: è giusto lasciare in mano al singolo individuo la decisione di come, quanto e da chi curarsi (o non curarsi), anche quando questa libertà si rivela nociva? E d’altra parte è legittimo imporre a qualcun altro le proprie convinzioni e, a volte, i propri valori, “obbligandolo” a percorrere strade che non sono esenti da rischi e da effetti collaterali? La medicina e la giurisprudenza si stanno interrogando a fondo su questi temi, per tutelare il più possibile la salute di tutti.

Purtroppo gli ultimi casi di cronaca non sono episodi isolati: moltissimi sono in tutto il mondo i casi di cancro e di altre patologie (non) curati con la cosiddetta “medicina alternativa” (decotti, intrugli, regimi alimentari, somministrazione di vitamine, metodi introspettivi), termine che si riferisce a tutta una serie di pratiche non validate dal metodo sperimentale e non condivise dalla comunità scientifica. L’errore di base di questi pseudo-trattamenti, soprattutto quando estremizzati, è il considerare la massa tumorale qualcosa che non è: ad esempio un fungo, o la manifestazione di un trauma. Di qui la scelta del metodo di intervento, che, nei casi più gravi, viene proposto come unico possibile, per cui è richiesto di abbandonare tutti gli altri tipi di cura, compresa la chemioterapia.

In alcuni casi la terapia proposta è una pseudo-“psicoterapia”, che non ha nulla a che fare con la pratica professionalmente riconosciuta ed esercitata da uno psicologo o un medico regolarmente specializzato e abilitato. Tra i “metodi” più famosi vi è quello messo a punto da un noto ex medico tedesco, radiato dall’esercizio della professione alcuni decenni fa: alla base della sua “cura” del cancro e di ogni altra patologia fisica c’è la ricerca e la risoluzione di un “trauma” bio-psichico che sarebbe all’origine della malattia. La guarigione, quindi, arriverebbe soprattutto tramite la parola e il cambiamento di stili di vita e di pensiero. Si badi bene che non ci troviamo nell’ambito della psicosomatica, che è una disciplina con una sua precisa tradizione scientifica e con un certo ambito di pertinenza, ben lontano dal ridurre senza criterio tutto ciò che è fisico a un fenomeno psichico.

Incredibile è la corrispondenza tra una donna malata di cancro e il suo medico di base, seguace di questo approccio e ora indagato, in cui mi sono imbattuta qualche mese fa (fonte: “Liberati dai sensi di colpa e guarirai dal cancro”. Le mail shock del medico, articolo di S. Martinenghi apparso su “La Repubblica” il 3 Aprile 2016):

“Inizio a essere preoccupata: ho paura di non riuscire a guarire il mio neo, di non capire quale sia l’origine e di non tornare a ristabilire l’equilibrio psicologico che richiede la cura. Intanto lui diventa sempre più grande, si diffonde, mi divora. E temo che non voglia aspettare i miei tempi. (…) Forse non ho capito niente dei segnali che arrivano e lui peggiora”.

“Certo che il tuo neo ti aspetta” le rispondeva la dottoressa, aggiungendo che riguardo alla guarigione “basta volerlo”: “no ai sensi di colpa. (…) Lavora sul perdono e cerca di incontrare il tuo ex: è lui il tuo punto di svolta”.

E ancora, la paziente al medico: “Mi dici “fai così o non ti salvi”, ma le tue parole non sono le mie, io cerco di venirti dietro, ho sempre cercato di seguirti perché temevo che altrimenti non mi avresti più curato. (…) Tu sei la mia dottoressa, un faro nel buio. Ma ogni seduta con te sto peggio”. Di lì a poco la donna sarebbe morta.

Da questo breve scambio è possibile focalizzare alcune caratteristiche in comune di questi pseudo-metodi di guarigione:

– un errore concettuale di fondo: il tumore sarebbe la diretta conseguenza, in questo caso, dei sentimenti di colpa e di rancore causati dalla separazione dall’ex. Se pure è innegabile che eventi come questi, nel corso della vita, possono sconvolgere la persona e provocare sentimenti forti e dolorosi, che si manifestano a volte (anche) a livello somatico, porre in una relazione diretta di causa-effetto trauma e mutazione cellulare è un’operazione semplicistica, che riduce un fenomeno assai complesso a qualcosa che non è. Lo stesso vale quando cerchiamo di mettere in relazione, ad esempio, vaccini e autismo;

– questa operazione “riduzionista” crea nel medico e soprattutto nel paziente l’illusione che, poiché si sa perfettamente da dove ha origine la patologia, questa sia completamente controllabile, ad esempio con la forza di volontà o con dei metodi semplici (vitamine, alimentazione, ecc.). In altre parole, aiuta a tollerare l’angoscia che travolge quando siamo a quattr’occhi con una malattia grave, invalidante o addirittura mortale. In effetti, per lo più, la medicina cosiddetta tradizionale non offre questo tipo di conforto: utilizza metodi spesso complessi, non privi di effetti collaterali, che non sono efficaci nella totalità dei casi (e questo non viene nascosto, poiché si ritiene che una corretta informazione sia più etica della somministrazione di un’illusione);

– l’importanza della relazione: spesso il guaritore che propone un cosiddetto metodo alternativo ascolta le angosce del paziente, se ne fa carico, lo rassicura. Si crea ben presto una relazione di dipendenza non equilibrata: da una parte l’esperto, dall’altra il paziente nel cui intimo certamente qualcosa non va, altrimenti non si sarebbe creata la patologia. Quest’ultimo, quindi, deve seguire tutte le istruzioni del primo: può fare capolino la paura di trasgredire, e quindi di essere abbandonati magari in una fase avanzata della malattia. Anche quando ci si cominci ad accorgere che qualcosa non va, la vergogna di riconoscerlo davanti ai medici o a chi si teme possa dire “te l’avevo detto” può bloccare la ricerca di una cura efficace. Spesso chi si atteggia da esperto chiede l’adesione totale al proprio rimedio e in questo si differenzia completamente da tutti coloro che non propongono i propri metodi naturali o alternativi come sostituzione della cura scientificamente riconosciuta e non ne favoriscono l’abbandono;

– non si tratta di ignoranza, anzi. Le persone che si rivolgono a questo tipo di trattamenti spesso hanno una cultura medio-alta e provengono da un ceto benestante (anche perché, di solito, le cure sono molto costose). A maggior ragione, questo potrebbe sottolineare il ruolo giocato da sentimenti angosciosi e travolgenti nella scelta della strada da intraprendere.

Nella mia pratica clinica di psicoterapeuta ho riscontrato come in ogni patologia, anche nei casi molto meno invasivi di quelli tumorali, la scelta della cura presupponga sempre un certo modo di vedere la malattia da parte della persona che soffre. Per utilizzare un esempio quotidiano, che ci riguarda un po’ tutti: se ritengo che il mio mal di stomaco sia il sintomo di una malattia fisica, ad esempio di un virus, prenderò degli accorgimenti diversi da quando lo spiego con l’ansia dell’esame che sto preparando, e solo con il senno di poi (magari quando è tutto passato) è possibile verificare se avevo ragione o meno. A volte può turbare constatare, dopo una serie di esami specialistici, che “non c’è niente che non va” e quindi rivolgere il proprio sguardo – magari per la prima volta – su di una dimensione più intima, psicologica, cominciando a interrogarsi su quello che ci fa soffrire e che magari non ci eravamo mai permessi neppure di pensare, e che per farsi ascoltare ha pian piano preso la strada del corpo. Tutta un’altra storia rispetto a quando, come nei casi visti in precedenza, “qualcosa che non va” dal punto di vista fisico c’è eccome e non può essere ignorato. Ritengo che gli psicologi e gli psicoterapeuti possano (ed eticamente sono chiamati a) incidere proprio su questa personale “teoria della malattia”, aiutando la persona a prenderne consapevolezza e a metterla alla prova nell’esperienza, ma anche sostenendola nell’affrontare l’angoscia che comporta affacciarsi sul crepaccio della morte, affinché non si aggrappi a pseudo-soluzioni che possono soltanto offrire l’illusione di averne il controllo.

 

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