La forza della vulnerabilità

Guarda il video integrale del discorso di Brené Brown: ne vale la pena!

package-2072221_1920Ed iniziai con la connessione. Perché, dopo essere stata una ricercatrice di servizi sociali per 10 anni, capisci che la connessione è la ragione per cui siamo qui. È ciò che dà uno scopo e un significato alle nostre vite. (…) Per cui pensai: sai che c’è? Inizierò con i rapporti umani(…)

Quando fai alle persone domande sull’amore, ti raccontano le loro afflizioni. Quando chiedi alle persone del loro senso di ppartenenza, ti racconteranno le loro peggiori esperienze di esclusione. E quando chiedi alle persone di parlarti dei rapporti umani, le storie che mi raccontano sono storie di disconnessione. Per tagliar corto, dopo 6 settimane di ricerca, mi ritrovai per caso con questa cosa innominata che svelò in maniera chiara i rapporti umani, in una maniera che mai avevo capito o che mai avevo visto. Per cui ho deviato dalla ricerca e pensato: devo capire di cosa si tratta. E ho scoperto che si trattava della vergogna. E la vergogna è veramente percepita come la paura della disconnessione. C’è qualcosa nella mia vita che, se scoperta da altre persone, farà sì che non meriterò più il rapporto con loro?

Le cose che vi posso dire su di essa sono: è universale, la proviamo tutti. Le uniche persone che non provano vergogna non hanno capacità di immedesimarsi o di connessione. Nessuno ne vuole parlare e meno ne parli, più ne hai. La base su cui poggia la vergogna è non valgo abbastanza, un sentimento che tutti conosciamo. Non sono abbastanza pulito. Non sono abbastanza magro. O ricco, o bello, o intelligente, o non ho avuto abbastanza promozioni. La base di tutto questo è una vulnerabilità lancinante, questa idea che abbiamo per cui, affinché il rapporto si crei, dobbiamo fare in modo di essere visti, visti davvero.

E sapete come mi sento davanti alla vulnerabilità. Io odio la vulnerabilità. Per cui pensai: questa è la mia occasione per dargliele con il mio righello! Voglio entrarci dentro, voglio capirla, passerò un anno a smontare la vergogna, capirò come funziona la vulnerabilità e le vincerò con l’astuzia. Ero pronta e davvero gasata. E come sapete non è finita bene… (…)

L’anno che avevo in mente divenne sei anni, migliaia di storie, centinaia di lunghe interviste, gruppi di discussione. Ad un certo punto la gente mi mandava le pagine dei loro diari e mi mandava le loro storie, migliaia di dati in sei anni. E io, diciamo, ci ho capito qualcosa. Ho capito cos’è la vergogna e come funziona. Ho scritto un libro, pubblicato una teoria, ma qualcosa non era ancora a posto, e cioè che se prendevo a caso le persone che avevo intervistato e le dividevo tra persone che hanno davvero un senso di dignità, di merito – perchè tutto si riduce a qusto, un senso di merito, hanno un forte senso di amore e di appartenenza – e persone che hanno difficoltà con questo, persone che si domandano sempre se sono all’altezza, c’è una sola variabile che le separa (…). E cioè che le persone che hanno un forte senso di amore e di appartenenza credono di meritarsi amore e appartenenza. Tutto qui. Credono di meritarselo. E per me la parte difficile della cosa che ci tiene fuori connessione è la nostra paura di non meritarci questa connessione. Ed era qualcosa che, personalmente e professionalmente, sentivo di dover comprendere meglio.

Per cui ciò che ho fatto è stato prendere tutte le interviste dove avevo visto dignità, dove avevo visto le persone vivere in quel modo, e ho esaminato solo quelle. Cos’hanno quelle persone in comune? (…) La cosa che avevano in comune era un senso di coraggio. E voglio distinguere per voi tra coraggio e audacia per un minuto. Coraggio, la definizione originale di ocraggio, quando iniziò ad essere utilizzato nella lingua inglese, viene dal termine latino cor, che significa cuore. E la definizione originale serviva a raccontare la storia di chi sei tu con tutto il tuo cuore. Per cui queste persone avevano, semplicemente, il coraggio di essere imperfetti. Avevano la compassione di essere gentili con se stessi prima, e poi con il mondo perché , come dimostrato, non possiamo essere compassionevoli con altre persone se non rusciamo a trattare bene noi stessi. E l’ultima cosa che avevano, connessione – e qui viene la parte difficile – come conseguenza dell’autenticità. Avevano la volontà di abbandonare il sé ideale per essere se stessi, cosa che va assolutamente fatta per la connessione.

L’altra cosa che avevano in comune era questa: accettavano completamente la vulnerabilità. Credevano che quello che li rendeva vulnerabili li rendeva belle persone. Non parlavano della vunerabilità in maniera confortevole, né ne parlavano come qualcosa di straziante, come ne avevo sentito parlare in precedenza nelle interviste sulla vergogna. Ne parlavano come di una cosa necessaria. Palravano della volontà di dire “ti amo” per primi, la volontà di fare qualcosa quando non ci sono garanzie di successo, la volontà di respirare mentre attendi che il medico ti chiami dopo la tua mammografia. Hanno la volontà di investire in una relazione che potrebbe funzionare, o no. Pensavano che fosse fondamentale. (…)

La mia missione di controllare e prevedere [in nome della ricerca scientifica] ora si è rivelata essere che il modo di vivere è con la vulnerabilità e smettere di controllare e prevedere. (…) La conseguenza fu un piccolo esaurimento (…). Così dovetti mettere da parte i miei dati e cercare un terapeuta. (…)

Dissi: “Il fatto è che sono in difficoltà”.

E lei fa: “Cosa trovi difficile?”

E io: “Beh, ho un problema con la vulnerabilità. So che la vulnerabilità è il cuore della vergogna e della paura e della nostra lotta per la dignità, ma sembra anche essere la culla della gioia, della creatività, del senso di appartenenza e dell’amore, e credo di avere un problema e ho bisogno di aiuto”. E ho detto: “Ma per favore lasciamo da parte la famiglia, niente cazzate sull’infanzia. Ho solo bisogno di alcune strategie”. (…)

E ci è voluto un anno. E come sapete ci sono persone che quando capiscono che la vulenrabilità e la tenerezza sono importanti si arrendono e si fanno trascinare. A, non sono così, e B, non frequento persne così. Per me è stato un anno di lotte. È stata un’autodistruzione. La vulnerabilità faceva pressione e io la respongevo. Ho perso la battaglia, ma ho avuto indietro la mia vita.

E a quel punto sono tornata alla mia ricerca e ho passato i due anni successivi provando veramente a capire cosa le persone di cuore facessero, quali scelte facessero, e cosa facciamo tutti noi con la vulnerabilità. Perché ci crea così tanti problemi? Sono l’unica ad avere problemi con la vulnerabilità? No.

Questo è quanto ho imparato. (…) Viviamo in un mondo vulnerabile. E uno dei modi con cui lo affrontiamo è rendere la vulnerabilità insensibile. (…) Siamo la popolazione più indebitata, obesa, dipendente da droghe e da medicine nella storia statunitense. Il problema è – ed è qualcosa che ho imparato dalla ricerca – che non si possono sopprimere le emozioni in maniera selettiva. Non si può dire questa è la roba cattiva. Ecco il dolore, ecco la vergogna, la paura, la delusione, non voglio provare questi sentimenti. Mi faccio un paio di birre e un muffin con noci e banane. Non voglio provarlo. (…) Non si possono sopprimere questi sentimenti negativi senza sopprimere gli affetti, le nostre emozioni. Non puoi selezionare cosa sopprimere. Per cui quando sopprimiamo questi sopprimiamo anche la gioia, addormentiamo la gratitudine, siamo insensibili alla felicità. E poi stiamo male, e cerchiamo un significato e una ragione e allora ci sentiamo vulnerabili, e allora ci facciamo due birre e un muffin con noci e banane. E si innesca un ciclo pericoloso. Una delle cose a cui credo dobbiamo pensare è come e perché addormentiamo i nostri sentimenti. E non dev’essere solamente una dipendenza. L’altra cosa che facciamo è rendere tutto quello che è incerto certo. (…) Non c’è dialogo, non c’è conversazione. C’è solo biasimo. Sapete come si descrive il biasimo nella ricerca? Un modo per scaricare il dolore e il disagio. Siamo dei perfezionisti, ma non funziona. (…) Il nostro lavoro è dire: sai che c’è? Non sei perfetto, e sei fatto pe lottare, ma meriti amore e senso di appartenenza(…)

Ma c’è un altro modo, e con questo vi lascio. Questo è quanto ho scoperto: lasciatevi osservare profondamente e in maniera vulnerabile. Amate con tutto il cuore anche se non esiste garanzia, ed è davvero molto difficile, e vi posso dire da genitore che è estremamente difficile. Siate grati e gioiosi in quei momenti di terrore quando ci chiediamo: posso amarti così tanto? Posso credere in questo così appassionatamente? Posso essere così agguerrito su questa cosa? Essere capaci di fermarsi e, invece di vedere una catastrofe come possibile risultato, dire: sono così grata, perché sentirsi così vulnerabile significa che sono viva. E l’ultima cosa, che credo sia probabilmente la più importante, è credere che siamo abbastanza. Perché quando lavoriamo da un luogo dal quale possiamo dire Sono abbastanza allora smettiamo di urlare e iniziamo ad ascoltare, siamo più gentili con la gente che ci sta attorno e con noi stessi.

 
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