Ivan Il’ič e il senso della vita

“E quando gli avveniva di pensare che tutto questo succedeva perché non aveva vissuto come doveva (era un pensiero che gli tornava spesso), subito si ricordava di aver vissuto sempre secondo le regole, e scacciava quella strana idea.”

 

Che senso ha la vita?

Accade, talvolta, di vivere esperienze forti, perturbative, che scuotono le nostre certezze e ci pongono di fronte a domande difficili. Sono momenti “di rottura” rispetto all’esperienza quotidiana che altrimenti scorrerebbe, magari tra alti e bassi, abbastanza indisturbata; momenti che ci spingono a vedere la nostra vita in una prospettiva più ampia. Magari ci chiediamo che senso abbia questa vita che stiamo vivendo, nel modo in cui la stiamo vivendo.

Una malattia, la morte di un proprio caro, una separazione, il raggiungimento di una tappa di vita, un cambio di lavoro imprevisto, un fallimento: sono tutte esperienze che possono aprire la strada a questi interrogativi, perché quello che davamo per scontato non c’è più e adesso bisogna trovare il modo di ri-costruire un senso, una direzione.

Possiamo allora prendere decisioni importanti per cambiare ciò che stiamo facendo, se quello che vediamo non ci piace. Possiamo dover affrontare una dolorosa crisi personale, prima, con la tentazione di buttare via tutto quello che siamo stati fino a quel momento o che saremo in futuro. Possiamo cercare di fuggire dalla sofferenza che questo comporta, “facendo finta” che vada tutto bene (ma quanto possiamo fingere con noi stessi?) o buttandoci sul lavoro o sui piaceri della vita. Possiamo, al termine di un percorso interiore impegnativo, scoprire una serenità nuova, una consapevolezza più robusta, una pace inaspettata.

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Ph. Matteo Guiotto

È quello che succede a Ivan Il’ič nel famoso racconto del 1886 di Lev Tolstoj. Il libro – molto corto  rispetto agli standard degli autori russi – è densissimo: si tratta del frutto di una crisi personale dello scrittore, che si interroga sul senso della vita e della morte e così facendo accompagna anche noi al nocciolo dell’esistenza.

Ivan Il’ič, giudice istruttore di San Pietroburgo, è gravemente malato. Questa esperienza si rivela estremamente dolorosa, non solo sul piano fisico, ma anche dal punto di vista psicologico: Ivan Il’ič non può credere che tutto questo stia accadendo a lui, che ha sempre vissuto la sua vita secondo le regole, facendo quello che andava fatto sia sul lavoro che nella vita privata, senza mai farsi troppedomande sulla possibilità che le cose potessero andare anche diversamente, o se fossero giuste per lui. Lentamente, prende consapevolezza che se agli occhi degli altri la sua esistenza era stata una brillante ascesa al successo professionale e personale, a lui nel frattempo “sfuggiva la vita”.

Che fare allora? Come rimediare, ora che non c’è più tempo?

Ivan Il’ič trova la sua soluzione, riuscendo a riscattarsi proprio quando sembra troppo tardi, proprio perché sta per diventare troppo tardi, facendo esperienza per la prima volta di una quiete piena di senso e salvifica.

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Le domande di Ivan Il’ič riguardano ognuno di noi, qualunque sia il momento di vita che stiamo affrontando. Fortunatamente la maggior parte delle persone ha l’occasione di porsele molto prima di lui e senza dover affrontare sofferenze “al limite” (è il potere della letteratura!), ma questo non significa che non abbiamo bisogno – anche più volte – di “vivificare” la nostra vita, di recuperarne la pienezza e il senso. Anche quando tutto sembra scorrere tranquillo.

Che valore ha la mia esistenza? Che direzione voglio darci? Chi sono come persona, e chi voglio essere? Sto giocando la mia partita all’ombra di ciò che penso che gli altri si aspettino da me, o c’è spazio per ascoltare anche me stesso?

E voi, come continuereste?

 

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