Frammenti di psicoterapia #3: storia di una donna in lotta con il suo corpo

In certi momenti mi assaliva uno strano stato d’animo che non avrei potuto spiegare a nessuno, sentivo come un vuoto incolmabile dentro di me. Ecco, in quei momenti solamente un bel pacco di biscotti poteva riportarmi a una realtà senza sofferenza, una sorta di anestesia saporita. Cercavo di sopravvivere relegandomi per scelta (?) a una vita che sapevo nessuno riteneva del minimo valore. Almeno così a me sembrava.

Il libro “Un boccone dopo l’altro. Come aiutare i nostri ragazzi con problemi di peso” di Ostuzzi e Luxardi si apre con una toccante storia di una giovane donna che, ripercorrendo i momenti salienti della sua vita, riesce a portarci dentro il suo dramma: una lotta continua ed estenuante contro il suo stesso corpo, “colpevole” di pesare troppo e di ingozzarsi di cibo.

Obesa: così questa ragazza – che scrive in prima persona e non si firma – si è sempre sentita appellare, sin da piccola. Un aggettivo che ben presto è diventato ai suoi occhi tutto quello che era e che non voleva essere, una parola che spazzava via la possibilità di essere amata o vista per quello che era. Per se stessa e per tutti, apparentemente, lei era solo una cicciona e, per di più, senza forza di volontà:

Mi guardavano come un fenomeno strano. In fin dei conti non bastava forse darmi un po’ meno da mangiare! Eppoi, suvvia cosa ci voleva per farmi capire che così non poteva andare. Cosa c’era nel mio cervello che non funzionava, non avevamo forse uno specchi in casa?

Eppure nella ventina di facciate in cui si racconta emerge tutto il suo desiderio di essere guardata non soltanto come un corpo in eccesso o una volontà difettata. Con una lucidità disarmante il “problema peso” viene messo in relazione al suo desiderio di non deludere nessuno, alla sua fatica nel sentirsi all’altezza degli altri, a una famiglia amorevole ma in cui ognuno era troppo assorbito dalla propria sofferenza personale per accorgersi della sua. Lei si sentiva – letteralmente – un peso, e non poteva permettersi di chiedere aiuto:

Ero infelice ma non potevo e non riuscivo a farlo vedere, mi facevo andare bene tutto, per non tradire la fiducia degli altri dovevo essere brava.

Pian piano il corpo è diventato una sorta di “corazza” che le permetteva di proteggersi:

Nessuno in un gioco di squadra mi voleva con sé. Per quale motivo avrei dovuto sottopormi a una tale tortura?  Meglio, molto meglio, glissare, rinunciare, dire che non ero interessata e dedicare il mio tempo ad altro.

 È buffo che una persona con un corpo ingombrante come il mio debba passare la vita a nascondersi, a cercare di diventare invisibile, perché è chiaramente una lotta persa in partenza. Sono troppo grassa per nascondermi, sono “troppa” per sparire.

Ho imparato a mascherare le mie emozioni, non provo nulla. (…) Il cibo rimane per me la mia migliore anestesia. (…) Sento un vuoto interiore, solitudine, tristezza a cui rispondo efficacemente con due pizzette e un succo.

Nel libro il racconto si conclude con la richiesta d’aiuto a uno specialista: non la prima che avesse mai fatto, ma sicuramente la più consapevole. Non sappiamo quindi se questa giovane donna sia riuscita a venire a capo della sua sofferenza, mi auguro di sì. Mi auguro che, con l’aiuto di uno psicoterapeuta sensibile e preparato, abbia potuto trovare uno spazio terapeutico in cui elaborare il suo vissuto doloroso e in cui poter finalmente guardarsi ed essere guardata come persona, meritevole di amore e rispetto in quanto persona e non perché più o meno magra.

In alcuni tratti di questa storia si saranno forse riconosciuti altri che vivono, a vari livelli e in vari modi, una difficoltà con il proprio corpo e/o con il cibo. Non è sempre facile rendersi conto che non è solo una questione di chili, o di volontà (alla protagonista ci sono voluti alcuni anni per capirlo). Dietro a queste problematiche ci sono spesso profonde questioni esistenziali: la vita e la morte, il “diritto” di esistere e di essere amati, l’ambivalenza (il desiderio, ma anche la paura) di essere visti – visti veramente, raggiunti dietro la corazza da qualche coraggioso che se la senta di tendere la mano e di non lasciare la presa. Non a caso la ragazza del racconto definiva obesa la sua storia: appesantita dal suo percorso, dalle sue battaglie contro il cibo e la dieta, dalla sofferenza che ingoiava giorno dopo giorno.

In situazioni di questo tipo, e anche in quelle meno estreme di un’obesità severa o di un dimagrimento eccessivo, è buona prassi non concentrarsi soltanto su un lavoro sul peso e sull’alimentazione: infatti, per quanto utile, preso isolatamente potrebbe rischiare di confermare l’idea che le difficoltà riguardino solo il piano corporeo e la volontà, favorendo l’instaurarsi di circoli viziosi. Occorre predisporre in parallelo un percorso psicoterapeutico volto a riconoscere ed elaborare i nodi problematici, peculiari ad ogni storia.

Le parti in corsivo sono passi presi dal libro “Un boccone dopo l’altro. Come aiutare i nostri ragazzi con problemi di peso” di Ostuzzi e Luxardi, da cui è tratta la storia.

 

 

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