Chi ha paura della felicità?

Negli ultimi giorni si è parlato molto di cherofobia. La parola deriva dal greco “chairo”, mi rallegro, e “fobia”, paura, e viene utilizzata per indicare la paura di essere felici.

Non si tratta di un termine nuovo, ma è entrato nel serbatoio del linguaggio quotidiano dopo che la teenager Martina Attili ha portato a X Factor una canzone autobiografica intitolata, appunto, “Cherofobia“.

È una parola che richiama subito la sfera semantica della malattia (anche se non lo è): non a caso la maggior parte degli articoli che mi è capitato di leggere dopo la trasmissione l’ha associata a un disturbo mentale, peraltro senza che esista alcun riferimento diagnostico.

Mai come oggi le persone sentono il bisogno di definire, categorizzare, “inscatolare” ogni tipo di sofferenza per cercare di capirla meglio e, forse, per riuscire a dirsi che non è una cosa così strana quella che stanno vivendo. Ce l’hanno anche altri. E allora, ben venga che se ne parli, a condizione però di passare dal piano della descrizione (“sono cherofobico”, che dice tutto e niente) a quello della comprensione: perché mi sento così? Che senso ha per me e in questo momento della mia vita la paura di essere felice? Che cosa temo che accada se lo divento? Che cosa rappresenta la felicità per me? E così via.

Per alcuni, ad esempio, essere felici può rappresentare una responsabilità e comporta il rischio di fallire o di deludere (se stessi o gli altri). Meglio allora “volare basso”: ci si farà meno male in caso di caduta… Ma a che prezzo?

volare

Una volta ero in auto e stavo ascoltando la radio, quando chiamò in trasmissione in modo anonimo una ragazza che qualche anno prima era stata malata di tumore, poi risolto del tutto. Per la prima volta confessava che, in quel periodo, aveva desiderato a lungo di non guarire. Aveva paura di fallire: la malattia, per quanto la mettesse di fronte alla prospettiva della morte, le forniva anche una “scusa” per non affrontare gli esami all’università, la tesi e la difficile scelta di cosa fare dopo. Per lei guarire significava responsabilità, aspettative, rischio di sbagliare e di non essere più “brava” agli occhi degli altri e di se stessa. Si sentiva così in colpa a pensarlo che non aveva mai avuto il coraggio di parlarne con nessuno fino a quel momento.

Tantissime sono le sfumature, le implicazioni personali dell’essere (o non essere) felici. Definire il problema aiuta, ma poi occorre coglierne l’origine, il senso, i significati relazionali che sono unici e diversi nella storia di ciascuno.

Come non pensare a Leopardi e al suo “Sabato del villaggio”? Il sabato era il giorno più gioioso per tutti i suoi compaesani che, dopo le fatiche della settimana, si preparavano alla festa. Invece il giovane Giacomo si rattristava pensando che la domenica non sarebbe stata all’altezza delle aspettative di chi la attendeva con fiducia e speranza. Per lui la felicità era già marcia prima ancora di arrivare, eppure questo non gli impedì di scrivere migliaia di versi indimenticabili, capaci di dare voce alle domande e alle questioni più cruciali dell’esistenza.

In fondo, parlare di felicità ci fa entrare nel cuore stesso dell’esistenza e non è mai facile capirci qualcosa “lì dentro”. È come entrare in un’avventura di Jules Verne e partire per un viaggio al centro della terra. Molte persone scelgono di farlo con un terapeuta come guida perché, come nel libro, una volta individuato il nucleo serve il lavoro di più teste e mani per entrarci.

La felicità, infatti, non è un’impresa individuale. Come canta Martina nella sua canzone, “fa paura la felicità. Ma tu, resta.”

 

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